VIGILANDO REDIMERE. Quale idea di pena nel XXI secolo

“Il carcere ti cambia o in meglio o in peggio” dice il detenuto Antonio nel video di apertura curato da Monica Maggioni e Mariasilvia Santilli del TG1 per TV7. E Nicola Boscoletto, presidente del consorzio Rebus, commenta: “Cifre e statistiche dicono in peggio”, introducendo così l’incontro “Vigilando redimere. Quale idea di pena nel XXI secolo”, svoltosi nella terza giornata del Meeting per l’amicizia fra i popoli, presentato dall’avvocato Paolo Tosoni e a cui hanno partecipato anche Tomaz de Aquino Resende, procuratore della giustizia dello Stato brasiliano di Minas Gerais, Giovanni Maria Pavarin, presidente del tribunale di sorveglianza di Venezia e Luciano Violante, presidente del Forum Riforma dello Stato del PD.


I numeri sono chiari. “Il 90 per cento di chi esce dal carcere, commette di nuovo un reato. Significa che condanna e pena sono state inutili per la società e – ha spiegato Boscoletto – questo costa alla collettività una cifra enorme. Duecentocinquanta euro al giorno per carcerato, centomila euro l’anno”. Il divario tra investimento economico e risultato è drammatico. Soldi buttati, nessun miglioramento della sicurezza dei cittadini. L’esperienza nella casa di reclusione di Padova ha invece una percentuale di recidiva dell’uno per cento. Uno solo su cento torna in mezzo alla strada. Solo che su una popolazione di 67 mila carcerati sono solo 901 quelli che vivono esperienze simili. E’ provato che ogni milione di euro investito in rieducazione attraverso il pilastro del trattamento che è il lavoro se ne risparmiano 9 di milioni di euro.
Allora perché non replicare il modello? Solita risposta: non ci sono soldi, mancano le risorse. Eppure lo Stato ha speso 110 milioni di euro per acquistare braccialetti per i detenuti e di questi ne sono stati utilizzati solo 14. Mentre solo 18 centesimi a persona vengono investiti per portare educazione e lavoro all’interno del carcere.


Tutto questo in un momento in cui la tragicità della situazione carceraria è resa evidente anche dal numero dei morti: tra i detenuti 37 sono i suicidi e i morti totali sono 97, mentre 7 sono gli agenti di Polizia Penitenziaria suicidati. Dal 2000 ad oggi sono 729 i detenuti che si sono tolti la vita, 2030 i morti totali e 96 gli agenti di Polizia Penitenziaria.
Ma ciò che è di extra-ordinario nell’esperienza di Rebus è non tanto e non solo che funziona, ma il perché funziona. “Chiudere per 22 ore al giorno una persona in una cella non basta. Condannarlo a non fare nulla per anni, significa rispondere a un male con un male più grande. Il lavoro e quindi il rapporto con l’altro offrono invece una dimensione di senso alla pena che stai scontando”, spiega Boscoletto.


Accade lo stesso anche a migliaia di chilometri di distanza, in Brasile. Cultura e società diversa dalla nostra. Eppure anche lì se il carcere è sopraffazione, violenza, ozio, la pena non funziona. Chi esce dalla galera nel 90 per cento dei casi continua a commettere reati. Lo racconta Tomaz de Aquino Resende, procuratore della giustizia dello Stato di Minas Gerais, il quale sottolinea come mettere in carcere chi ha commesso un reato, peggiorarlo e restituirlo alla società è un cattivo utilizzo delle risorse pubbliche, è un crimine gravissimo. Ma le Apac (strutture di detenzione alternative al carcere, gestite con il concorso delle istituzioni e delle organizzazioni del terzo settore, dove non ci sono agenti di polizia e i detenuti con le chiavi delle celle in mano lavorano e studiano) hanno dimostrato che la pena redime quando l’uomo è trattato come essere umano”. Tradotto in cifre, recidiva bassissima: solo il dieci per cento. Succede quando al centro di ciò che si fa si mette l’uomo. Anche quando è più solo e disperato. Da un male può nascere un bene a Padova come nel Minas Gerais.


E della centralità della persona anche mentre sta scontando una pena ha parlato Giovanni Maria Pavarin, presidente del tribunale di sorveglianza di Venezia. “Ricordo sempre una frase di don Benzi ‘L’uomo non è il suo errore’, ma spesso questo concetto è dimenticato. Per l’opinione pubblica il carcere deve solo contenere chi ha infranto la legge. Se fa questo, vuol dire che funziona. Però è qualcosa di molto lontano dal nostro dettato costituzionale, il quale prevede non solo condizioni umane di detenzione, ma indica il fine ultimo della pena: il recupero”. Secondo il magistrato, la prospettiva della pena e del carcere andrebbero culturalmente modificate: “Dobbiamo pensare a come un detenuto possa ripagare il danno che ha recato alle altre persone e alla società e questo deve orientarci verso misure alternative alla detenzione”.


Anche per Luciano Violante è fondamentale garantire condizioni di detenzione civili e umane. “Noi non possiamo pensare che gli altri ci rispettino se noi per primi non rispettiamo i loro diritti. Le carceri sono stracolme, ma la soluzione non è un’amnistia. Sarebbe solo un modo per rinviare i problemi e non risolverli. Ma non possiamo pensare di cambiare il carcere e il concetto di pena, se non avviamo un profondo cambiamento culturale nella nostra società. Infatti, da voi cattolici ho imparato una cosa: le persone possono cambiare”. Un invito a un impegno comune nei confronti della realtà che rimane sempre più esclusa e lontana dalla vita di tutti noi: il carcere.

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