Taste in Carcere

«Facciamo festa senza dimenticare». Alessandro, 22 anni, domenica scorsa si è tolto la vita nel carcere di San Vittore. L’ennesimo suicidio in carcere, destinato al massimo a ridestare qualche polemica sul sovraffollamento o a far invocare provvedimenti svuotacarceri piuttosto che l’edificazione di nuovi penitenziari? Questa volta forse no. Ad Alessandro, a sua madre, a suo padre, al fratello e alla sorella è stata dedicata la mattinata nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Tema della giornata: la presentazione di Taste, la rassegna enogastronomica di Pitti immagine guidata con mano sicura da Davide Paolini, gastronauta di Radio24, che si svolgerà dal 10 al 12 marzo nella Stazione Leopolda di Firenze.
“La giornata di oggi è la risposta positiva a questi fatti negativi” spiega all’ingresso dell’istituto Nicola Boscoletto, presidente del Consorzio Rebus che dà lavoro a oltre 120 detenuti. “Oggi è la giornata del bene, del buono, del gusto e della passione per il proprio destino e per il proprio lavoro: questo vince il male nelle nostre carceri. Oggi assaggeremo molti manicaretti: l’ingrediente che nessuno potrà vedere ma tutti potranno percepire è la passione delle persone che li hanno realizzati. Un seme che è fiorito pian piano in questi anni”

Da un anno a questa parte è fiorito anche il seme dell’amicizia tra Taste e gli operatori e detenuti del Consorzio Rebus. Un anno fa erano alla Stazione Leopolda con “I Dolci di Giotto” (il marchio dei prodotti della pasticceria del carcere): panettoni, colombe, squisitezze che tengono impegnata la pasticceria del carcere 12 ore al giorno, 24 nei periodi di punta. Da lì ad invitare Paolini e lo staff di Pitti Immagine ad intervenire nel carcere di Padova, il passo è stato breve. “Quando ho assaggiato questi panettoni, ho capito che dovevo andare ad incontrare quelli che li avevano realizzati”, spiega Paolini. “Solo dopo ho saputo che venivano fatti in un carcere. Questo evidentemente mi ha incuriosito ancora di più: però se i panettoni non fossero stati così buoni, certamente non mi sarei mosso”. Le porte del carcere intanto si aprono, la delegazione della stampa nazionale e i rappresentanti di Pitti Immagine iniziano a visitare le lavorazioni del carcere gestite dal consorzio. Nel frattempo Boscoletto snocciola cifre. I vent’anni di presenza in carcere. I dati sulla recidiva, inferiore all’1% per chi lavora all’interno della struttura penitenziaria. I 250 euro di costo reale di ciascun detenuto per la collettività. Il piccolo costo che comporterebbe grandi risparmi, se la revisione della legge Smuraglia sul lavoro in carcere, programmata per lunedì prossimo alla Camera, fosse approvata, anche se lo schieramento bipartisan che la promuove fa sperare in un buon esito dell’iter. Si entra nel reparto di assemblaggio biciclette. Boscoletto ha buon gioco nel ricordare che la prima attività iniziata nel 2001 in quei locali riguardava proprio l’alta moda, con manichini artigianali in cartapesta. Oggi c’è una piccola catena di montaggio estremamente efficiente che produce biciclette con per Esperia con marchi di grande lustro: Torpado e Bottecchia. Si passa all’assemblaggio delle valigie Roncato, alla lavorazione delle confezioni in cartoncino per gli scopi più svariati: industria farmaceutica, cosmetica, alimentare. Anche qui le cifre non mancano: lo scarto della lavorazione, ad esempio, inferiore all’1%. Molto eloquenti anche i numeri delle chiavette usb realizzate per Infocert, 20mila all’anno, destinate alle Camere di commercio di tutta Italia. Così come gli 850 pasti confezionati tre volte al giorno nel rispetto di tutte le norme igienico sanitarie, di sicurezza e di qualità dalle cucine del carcere, sempre gestite dalle cooperative aderenti al Consorzio Rebus. È il momento della conferenza stampa. “Da noi le persone da problemi diventano risorse”. Così Boscoletto introduce le testimonianze di tre carcerati. Per il primo, Davor, proveniente dalla Croazia: lavorare per il consorzio ha significato passare dall’ozio completo alla possibilità di uno stipendio, di mantenere i propri cari. “Qui la situazione è al tracollo, in carcere manca tutto, bisogna acquistare anche la carta igienica e i sacchetti dell’immondizia”. Un lavoro vero invece significa dignità, poter far fronte alle piccole esigenze quotidiane. Francesco, sardo, riflette sulla morte prematura e “dolorosamente misteriosa” di Alessandro. “Lui ha compiuto la sua vita, ora spetta a noi dare un senso anche quella morte”. Arrestato a 17 anni, ora Francesco ne ha 32. Non ha famiglia né casa. Se uscisse oggi non saprebbe dove andare. “Il lavoro è la mia unica fonte di sostentamento, mi permette di pagare le spese di giustizia. Quando esco in permesso e trovo persone che mi giudicano con severità, gli mostro con fierezza la mia busta paga. Sono un italiano, pago le tasse anch’io, questo mi fa sentire degno del rispetto”. Fra qualche giorno terrà a battesimo il figlio di una coppia di amici. “Non sono un parassita della società”, dice con forza. È il turno di Thomas, 32 anni, in carcere da 2004. Il dramma della detenzione per Thomas non è solo il sovraffollamento, ma anche dover imparare a convivere con il dolore causato alle proprie vittime, un dolore che si riversa anche sui propri cari. “Qui riparte tutto da zero, compresa la fiducia in se stessi e la stima da parte degli altri, a partire dalla propria famiglia”, testimonia. “Ad una buona percentuale di detenuti si può e si deve dare fiducia. Faccio un appello: data la possibilità di far entrare cooperative, artigiani e piccole imprese in carcere: questo dà un senso al sogno di noi tutti”.

 

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