
ORAZIONE
Liberamente tratto da “Memoria del legno “di Paolo Rumiz
a cura di Ciro Menale
Queste furono le prime note che un compositore chiamò
“Canto del legno”.
per dare voce alla mia nuova vita di violino.
Ma il mio primo nome è Azobè
legno dell’Africa nera.
E questa è la mia storia.
Ero un albero
Avevo già 250 anni
quando un giorno udii voci di uomini…. parlavano un’altra lingua
poi udii il sibilo di una motosega
che mi strappò alla terra dove ero nato.
Eh dovettero sudare per avermi
Il legno resisteva tra le bestemmie, il sole e le zanzare.
Quando mi schiantai come un tuono
gli anelli del tronco mostrarono i miei anni.
E fui portato lontano.
Attraversai il deserto.
Un viaggio interminabile
fino a una terra nuda
che non donava il conforto dell’ombra.
E lì mi distesero per mesi
mentre altri miei fratelli partivano verso terre scure per conoscere la neve
e diventare portoni e traversine.
Nella terra senza ombra udivo solo la risacca del mare.
Poi accadde che una mattina…un pescatore mi svegliò
disse: “Azobè diventa barca”
Mi chiamò per nome e io lo lasciai fare,
mi avvolse di fasciame resinato poi mi piallò amorevolmente
mi dipinse di rosso, di bianco e di blu,
piantò un albero, issò una velami unse di catrame e, rispettando la mia anima, mi battezzò.
Divenni barca, sette metri e mezzo
quanto basta ai pescatori che traggono pane dall’acqua
La nobile barca degli umili
uguale dal Marocco alla Dalmazia.
Non ero fatto per l’alto mare.
Ma di fianco a me scorrevano isole profumate di uliveti.
Cantava il capitano al timone… aveva volto bruno di corteccia.
Sentivo il pullulare dei pesci spinti in trappola dalla rete
Pescai… pescai finché morì il mio capitano.
Rimasi solo.
Molti anni passarono.
Un giorno vennero uomini neri
Mi palparono. Mi scossero per capire se ce l’avrei ancora fatta.
Non erano mani di falegname.
Erano mercanti di uomini, dissero: “Tu, vecchia barca, morirai dall’altra parte del mare il tuo sarà un viaggio di sola andata.
Ora sei la barca degli Harraga: i migranti illegali.”
Uomini e donne si ammassarono intorno a me e chiesero di salire
Voci di maschi dicevano:
“Bruceremo povertà e miseria, E se dobbiamo morire, che sia.
Meglio una volta sola, che ogni giorno.”
Voci di vecchie madri risposero:
“Attenti all’altra riva,
con fasci di spine vi aspettano angeli dannati”.
“Parti, parti senza voltarti indietro, figlio mio” dicevano i padri
Mi riempirono di umani.
Cinquanta persone in sette metri e mezzo
donne e i bambini tombati sottobordo, una bara in caso di naufragio.
Un motore impaziente mi trascinava verso acque dove non avevo mai osato.
E così presero il largo gli Harraga senza voltarsi indietro.
Ma appena il mare morse il legno della barca
i demoni del dubbio si svegliarono nella testa degli Harraga.
E si levò una triste litania
mormorio di preghiere, ninne nanne.
Lamento e lode in ogni parola, ogni parola era salmo e sortilegio.
Voci di paura, di morte e di speranza.
Un vento di Libeccio si levò e fece rinforzare il mare grosso.
Fu allora che dal fondo dell’abisso si sentì un rimbombo cupo:
il coro dei naufragati
“Noi siamo i trentamila senza nome non abbiamo né volto né storia
con le carni di donna e di bambino nutriamo i mostri degli abissi.
E non c’è niente, niente
che possa restituirci alla luce.”
La notte calò sul grande mare.
Sentii la voce di un faro
che diceva: “Che venite a fare, tornate indietro oppure naufragate!
Non sono qui per dirvi dove andare questo non è più il mare dell’incontro “
E proprio allora i mercanti di vite, ci abbandonarono.
Tutta la barca vibrò di paura, tremò di bestemmie, concitazione, preghiere,
ci fu trambusto, urla, pianti, sfinimento.
Si alzarono invocazioni ai padri e alle madri,
ma i padri e le madri non risposero.
Solo piscio vomito e spavento.
Una donna gridò: “Dio, prenditi cura di mio figlio, ha solo quattro anni”.
Ma io ero Azobé, figlio dell’Africa nera
e fui più svelto di Dio a intervenire.
Sentii rullio crescente di tamburi…. era la risacca che chiamava,
la costa ci veniva addosso
ma io affrontai la linea della morte, fui sollevato. rimasi sospeso sopra la voragine,
poi mi spiaggiai sulla Terra Promessa.
Il vento ebbe fine, e fu la quiete in mare e in cielo, ma nessuno saltò fuori dalla barca
e non ci fu gioia, solo silenzio, interrotto dal pianto di bambini.
Puzzavo di sentina e cherosene. Vomitai stracci, ciabatte, zaini e un’automobilina rossa,
poi fui marchiato a fuoco con un numero, ero un corpo di reato.
Dopo infiniti giorni…mi aspettavo di essere bruciato e invece no, fui portato lontano.
Lontano su camion a lunga percorrenza, poi sbarre e un’eco di ferri e chiavistelli
e grida rauche in fondo a corridoi.
Pensai fosse vicina la mia fine. e invece
mi toccarono altre mani,
che con cura scomposero il mio corpo:
timone, costole, poppa, fasciame.
E quando ho sentito tendersi le corde,
la chiglia diventare cassa armonica
e la prua un bel manico ricurvo,
ho ritrovato il brivido del vento di quand’ero barca di pescato.
Ed oggi eccomi qua, nella mia terza vita sono diventato violino, chitarra violoncello e liuto
per suonare la Sinfonia del mare.
E suono, suono con voce dei mille più mille
rimasti sui fondali senza nome, suono per i respinti
e per quelli buttati sulla strada,
ma chiedo anche perdono
per i ricattatori e gli aguzzini
e per gli indifferenti
che hanno dimenticato
i padri con la valigia di cartone.
La vecchia barca di legno Azobè
si carica anche Giuda sulle spalle.
Il mio legno sonoro oggi non si limiti
a distillarvi una “furtiva lacrima”
ma rompa finalmente i catenacci
che tengono in prigione il nostro cuore.
E cosi sia!
Ludwig van Beethoven
Il quartetto per archi in la minore op. 132
UN DIALOGO CON CHI Cl HA FATTO IL CUORE
Luigi Giussani
«È bello dar lode al Signore», è bello riconoscerlo! Ascoltiamo, anche solo per un minuto, Beethoven e diciamo, dentro di noi: che bello! La bellezza del riconoscere il Signore è di questa natura, ma più profonda, come il fittone che approfondisce l’apparenza appena accennata dell’albero che sta nascendo; molto più profonda e senza paragone più stabile: una forma totale di fronte alle forme parziali ed effimere.
Questo Quartetto per archi sviluppa un colloquio silenzioso, intenso, denso, accorato e drammatico, ma sempre familiare e confidente col Creatore. Così, nella coscienza che la nostra persona in questo momento sgorga dall’Essere, questa musica diventa la nostra voce nel dialogo personale e intimo con Lui, ed è insieme la percezione della Sua risposta. La nostra storia non è qualcosa che accade da sé, non è un caso; è un dialogo tra Chi ci ha fatto il cuore – e, in ogni istante, ci chiama alla verità, all’amore, alla bellezza, alla felicità – e la disponibilità del nostro cuore.
«Nel nostro nulla solo in Te speriamo. In Te la vita è nella sua pienezza», dice un Inno del tempo di Quaresima. Questa musica è un segno, un segno pieno di nostalgia e di attesa dell’espressione completa di questa saggezza, di questa bontà, di questa misericordia, che intesse la trama del nostro corpo fin dal seno materno e intesse la natura di tutte le cose fin dal seno originale del cosmo e della storia.
