“Pensare la sanità”: presentazione del libro con gli autori Antonini e Zamagni
“Pensare la sanità”: presentazione del libro con gli autori Luca Antonini e Stefano Zamagni

Venerdì 9 gennaio al Teatro dell’OPSA (ore 20.30) avremo degli ospiti d’eccezione: Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale, e Stefano Zamagni, economista, presenteranno il loro libro Pensare la sanità – Terapie per la sanità malata in una serata che ha anche l’obiettivo di essere aperta al dibattito.
Perché “Pensare la sanità”
Le tempeste, prima di scatenarsi, sono sempre annunciate da una pluralità di segni premonitori che, se letti per tempo, consentono di scongiurare il naufragio. Nel volume, edito da Marcianum, gli autori fanno luce sui tanti segni che il governo della sanità dell’ultimo decennio ha trascurato, e sostengono l’urgenza di un cambio di paradigma per tornare a “pensare” in chiave umanistica l’impianto concettuale del nostro Sistema sanitario nazionale. In questa prospettiva, indicano anche una serie di “terapie” prioritarie, che non richiederebbero tempi biblici per essere realizzate e che, se condivise, potrebbero salvare la sanità italiana dal rischio di rimanere vittima di una tempesta perfetta. Tutto questo in un contesto contemporaneo che vede con il PNRR in scadenza grandi risorse da impiegare. I due autorevoli esperti, quindi, non si sono limitati a raccontare la genesi del SSN, sin dall’inserimento del diritto alla salute in Costituzione, e ad analizzare le cause delle criticità in cui versa. Ma hanno individuato un complesso di interventi, sintetizzati nelle parole investimenti, riorganizzazione e innovazione.
Il dibattito
Di tutto questo parleranno Antonini e Zamagni venerdì 9 gennaio, in un evento che vedrà anche la partecipazione del nuovo assessore regionale alla Sanità, prof. Gino Gerosa. Introdurrà la serata Andrea Basso, vicepresidente della Cooperativa sociale Giotto, organizzatrice dell’evento con l’OPSA; la moderazione è affidata ad Andrea Melendugno, psicologo e psicoterapeuta in servizio all’Opera della Provvidenza.
IL PANETTONE DELLA CARITA’ E DELLA SPERANZA
Festa di Natale 2025Nasce in “Casa Giotto”
IL PANETTONE DELLA CARITA’ E DELLA SPERANZA
Quest’anno la festa di Natale l’abbiamo fatta all’Opera della Provvidenza S. Antonio e la cooperativa ha donato l’equivalente della spesa dei doni natalizi alla parrocchia di Gaza e all’Opsa di Rubano. Da questo spirito è nato il Panettone della Carità e della Speranza, e ognuno può contribuire a questo progetto.
Quest’anno alla cooperativa Giotto i doni funzionano al contrario, non saranno i 650 dipendenti a ricevere un dono ma saranno loro a farlo.
È stata quasi una necessità interiore fare qualcosa di concreto per aiutare la popolazione in guerra a Gaza, ma anche donare qualcosa ad una realtà a noi più vicina, l’Opera della Provvidenza di S. Antonio di Sarmeola di Rubano, che da più di 60 anni accoglie persone di ogni età con gravi disabilità, patologie e fragilità, prendendosi amorevolmente cura di loro.
Abbiamo così deciso insieme di donare l’equivalente della spesa per i doni di Natale della Cooperativa a favore della Parrocchia della “Sacra Famiglia” di Gaza e dell’OPSA.
Il clima in cui stiamo vivendo ci ha molto interrogato. Il dilagare dei conflitti, dai più vicini a noi come la guerra tra Russia e Ucraina o tra Israele e la Palestina, ai più lontani come, ad esempio, in alcuni Paesi dell’Africa dove si stanno consumando tragedie violentissime di cui neanche abbiamo idea, non potevano lasciarci indifferenti fino ad arrivare piano piano a farci l’abitudine. Del resto, già in tema di immigrazione se questa notte nel Mediterraneo si annegano 50 persone il naufragio non fa più notizia, come pure le violenze inaudite che si consumano sulle coste libiche e non solo. Del tema della disumanità con cui si trattano le persone in carcere se ne fa solo un uso propagandistico e l’attenzione nei confronti delle persone in disagio sociale (persone con disabilità, con leggere depressioni, con patologie psichiatriche o più semplicemente sole) si esaurisce con semplici slogan. In Italia, anche se le devastazioni non sono materiali (anche se in realtà non è proprio così) e perciò apparentemente non si vedono, stanno lasciando un segno profondo nella nostra società ed in ciascuno di noi. A questo proposito al recente Giubileo dei Poveri dove abbiamo partecipato con una trentina di persone della Giotto Papa Leone sottolineava:
“…Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine.
Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio.” “Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e allo stesso tempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società…».

Come cooperativa Giotto abbiamo sentito tutta la responsabilità e il desiderio di cercare di non diventare cinici, di vivere un senso di totale impotenza o ancor peggio di schierarsi pro o contro qualcuno. Abbiamo sentito la necessità di interrogarci e di sollecitare tutti i nostri dipendenti a tenere accese le domande vere che escono dal cuore di ciascuno. Abbiamo fatto proprio l’invito del Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Card. Pizzaballa che dialogando con alcuni studenti che chiedevano “se veramente è possibile costruire la pace”, ha risposto così: “Se l’obiettivo è la pace nel mondo saremo sempre un po’ frustrati. Non voglio sembrare pessimista, ma è così. Io voglio costruire la Pace non perché voglio ottenere un obiettivo, ma perché è un dono che ho ricevuto e che voglio condividere. La Pace nasce da un desiderio personale, interiore, da un’esperienza che ho fatto e che diventa contagiosa… C’è un’altra cosa importante: io non voglio permettere al corso degli eventi qui di cambiare me.”
Con questo desiderio il 7 ottobre, ricorrenza del folle e macabro attentato di Hamas, abbiamo proposto ai nostri dipendenti di ascoltare la testimonianza di due mamme, una israeliana e una palestinese, che avevano entrambe perso un figlio. Due mamme come tante altre che hanno avuto il coraggio di guardarsi in faccia e abbracciarsi, iniziando un vero e profondo percorso di riconciliazione per i loro figli e per loro stesse.

Anche da qui è nata l’idea del “Panettone della Carità e della Speranza”. In consiglio di amministrazione e tra i vari responsabili abbiamo iniziato a parlare dei regali di Natale con il desiderio di non dimenticare, di tenere deste le domande sul senso di tutto quello che sta accadendo, lontano ma anche vicino. Ci siamo interrogati su cosa fare del consueto “Pacco di Natale” e abbiamo deciso di rinunciarci per donarlo, come accennavamo, a due situazioni particolari. Da una parte alla parrocchia della Sacra Famiglia della Striscia di Gaza, come gesto di attenzione e di speranza perché quelle persone sentano che c’è qualcuno che vuol bene loro. Dall’altra all’Opera della Provvidenza di S. Antonio (lo storico Cottolengo della diocesi di Padova), un’opera straordinaria di carità a noi più prossima.
Carità e Speranza di cui la nostra società e ogni persona ne ha estremamente bisogno per poter vivere e non sopravvivere.

Ma non finisce qua. Sempre in CdA qualcuno ha suggerito che comunque sarebbe stato bello fare avere a tutti i dipendenti un dono nel giorno dei nostri consueti auguri di Natale. È quindi non poteva esserci dono migliore del panettone. Ma come fare a non togliere i soldi da donare? Quando il desiderio è buono la Provvidenza aiuta. La facciamo breve, abbiamo spiegato la nostra scelta al famosissimo maestro pasticcere Luigi Biasetto e a sua moglie Sandra che si sono resi subito disponibili ad aiutarci e assieme all’imprenditore Andrea Muzzi dell’omonima Antica Pasticceria Muzzi abbiamo dato vita al “Panettone della Carità e della Speranza”. Bisognava però dare un vestito al panettone con un messaggio che ci aiutasse a comunicare la nostra scelta, ma una semplice telefonata ad un altro imprenditore ha risolto la questione: Francesco Bernardi della Nuova Grafotecnica ha risposto di sì senza esitazione. E così ad un costo contenutissimo abbiamo potuto donare a tutti i nostri dipendenti per Natale il Panettone. Quest’anno possiamo proprio dire che il momento di auguri in Giotto è stato proprio speciale, profondo e bello.
Risultato? Tutti assieme doneremo 70.000 euro, metà alla Parrocchia di Gaza e metà all’OPSA. Con un impatto virtuoso inatteso: molti ospiti e amici hanno iniziato a dare anche il loro contributo. Le cose buone e sincere non finiscono mai e alla fine inaspettatamente è più quello che si riceve di quello che si dona.

La Giotto invitata al Giubileo dei Poveri
La Giotto invitata al Giubileo dei PoveriPIENI DI GRATITUDINE PERCHÉ
ABBRACCIATI DA UNA GRANDE UMANITÀ
Nel fine settimana del 15 e 16 novembre con una ventina di colleghi in rappresentanza di tutti i lavoratori della Giotto abbiamo vissuto alcuni momenti davvero profondi, commoventi, che hanno sollecitato ciascuno di noi a diverse riflessioni: il sabato abbiamo partecipato a un breve pellegrinaggio lungo via della Conciliazione e abbiamo attraversato la Porta Santa della Basilica di San Pietro, la domenica abbiamo assisitito alla S. Messa celebrata da Papa Leone XIV e poi abbiamo parttecipato al pranzo in Aula Paolo VI assieme a mille “poveri”. Abbiamo fatto un bagno di umanità vera, abbiamo visto e toccato con mano un popolo carico di ferite e fragilità ma allo stesso tempo di dignità e domande. Riconoscersi tutti bisognosi, avere consapevolezza delle nostre ferite e fragilità ci permette di guardarci e guardare l’altro con uno sguardo accogliente e “attento”. Il Papa durante l’omelia ha parlato proprio della necessità di “una cultura dell’attenzione, quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine”. Qui di seguito il brano dell’omelia e una clip video dell’incipit:
«…Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine.
Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio.
Oggi, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza.
La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino.
Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società…».
Nel video qui sotto invece papa Leone benedice il pranzo con i poveri.
Questa invece il video della breve intervista a un nostro collega.
Perché rendere difficile il lavoro di Terzo settore, scuola e università nelle carceri italiane?
Perché rendere difficile il lavoro diTerzo settore, scuola e università
nelle carceri italiane?
Da luglio un crescendo di circolari del Dap sta complicando burocraticamente la vita alle realtà sociali impegnate nei trattamenti,
ossia nelle attività volte al recupero dei detenuti, come la Costituzione prevede.
Nei giorni scorsi, un’irrealistica centralizzazione su Roma di tutte le autorizzazioni, mette a rischio tutte le iniziative.
carceri, sistema fallito cor211025
CARCERI, IL SISTEMA FALLITO:NON SERVONO NUOVE REGOLE
MA UNA GESTIONE CONCORDATA
Proponiamo l’intervento apparso sul Corriere della sera del 21 ottobre 2025.
Una chiave di lettura realistica sulla situazione attuale delle carceri in Italia, frutto dell’esperienza di 35 anni maturata sul campo.
La Madonna di Fatima nei giardini della cooperativa Giotto
La statua della Madonna di Fatimanei giardini della cooperativa Giotto
Giovedì 28 agosto abbiamo avuto la fortuna e l’onore di ospitare per alcuni momenti la statua della Madonna Pellegrina di Fatima e abbiamo potuto affidare le situazioni e le persone che ci stanno più a cuore e che stanno attraversando un momento difficile e doloroso.
La statua è una delle immagini ufficiali realizzata secondo le indicazioni di suor Lucia, una dei tre pastorelli di Fatima, concessa dal rettore del Santuario portoghese appositamente per questo pellegrinaggio. Dal 1947 viaggia per il mondo, portando con sé un messaggio di pace, amore e preghiera.

Dal primo luglio per due mesi, organizzato dall’apostolato Mondiale della Madonna Pellegrina di Fatima, si è svolto un viaggio silenzioso, quasi intimo e carico di umanità che ha portato la statua della Madonna Pellegrina di Fatima nei luoghi di sofferenza e bisogno, in maniera particolare nelle carceri.
L’iniziativa è stata promossa e sostenuta dall’assistente Nazionale dell’apostolato don Vittorio De Paoli. La statua, attraversando numerosi luoghi di sofferenza ha percorso in pellegrinaggio l’Italia da nord a sud, da Reggio Calabria, Vibo Valentia, Saluzzo, Civitavecchia, Ferrara, Ancona, Pesaro, Varese, Padova e ha concluso il suo pellegrinaggio il 31 agosto alla Giudecca di Venezia e a Verona. Un’iniziativa promossa e sostenuta da papa Francesco poco prima di morire, volendo celebrare anche in questo modo il Giubileo della Speranza.
Infatti nella Bolla di indizione dell’anno Santo 2025, “Spes non confundit” lo scomparso papa Francesco scriveva: «Siamo chiamati a essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio. Penso ai detenuti che, privati della libertà, sperimentano ogni giorno oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo e le restrizioni imposte. Offriamo loro un segno concreto di vicinanza che trova nella Madre di Dio la più alta testimone della speranza».

La chitarra è detta del “Mare” perché realizzata con i legni dei barconi naufragati in mare e portati a Lampedusa. Barconi della speranza che si sono trasformati in tragedie dove hanno perso la vita migliaia di fratelli migranti che cercavano una vita migliore. È stata realizzata dai detenuti del carcere di Secondigliano ed è stata suonata anche da Sting. Abbiamo pregato anche per loro e per chi ha la responsabilità politica e sociale di un problema così grave.

Cooperativa Giotto al Meeting di Rimini 2025
La cooperativa Giotto al Meeting di Rimini 2025Una preziosa occasione per dire
chi siamo e cosa facciamo
Anche quest’anno la nostra cooperativa è tornata al Meeting di Rimini, proseguendo una partecipazione che è iniziata nel lontano 2006 con il primo convegno sulle carceri alla presenza del presidente Giulio Andreotti e del ministro della Giustizia Clemente Mastella. Una partecipazione che quest’anno è stata di rilievo. Due i momenti che ci hanno visti protagonisti nell’edizione intitolata “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”.
Lunedì 25 agosto si è svolta la premiazione del Social Contest 2025, promosso da Cdo Opere Sociali grazie al sostegno di JTI Italia con lo scopo di valorizzare e sostenere le migliori iniziative del Terzo Settore impegnate a rispondere alle sfide sociali attraverso progetti innovativi e ad alto impatto, secondo quattro obiettivi selezionati dell’Agenda 2030. Nella categoria obiettivo “Città e comunità sostenibili” la nostra cooperativa ha partecipato con il progetto Esperide con lo scopo di trasformare la sede della Cooperativa Giotto in un HUB SOCIALE, proponendo tra i vari servizi un punto d’incontro verde per il quartiere e le associazioni del territorio. Il primo passo? Riqualificare un’area accoglienza all’ingresso della sede. Uno spazio di 300 metri quadri, completamente ripensato con prato, aiuole fiorite, alberi e arbusti, un impianto di irrigazione e arredi accoglienti. E per questo siamo stati premiati.
Il giorno prima si è tenuto l’incontro, organizzato sempre dalla CDO Opere sociali, “Il valore del lavoro per chi sconta una pena”, a cui ha partecipato come relatore il presidente Gianluca Chiodo, chiamato a discutere sul tema insieme a Riccardo Capecchi di Fondazione Lottomatica, Stefano Granata, presidente Confcooperative Federsolidarietà, Emilio Minunzio, consigliere CNEL, e Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia. Durante l’incontro di particolare rilievo la testimonianza di un nostro lavoratore in misura alternativa che ha risposto ad alcune domande evidenziando il cambiamento avvenuto grazie al percorso lavorativo.
L’incontro mirava a valorizzare l’importanza dell’attività lavorativa per le persone detenute non solo come strumento di riparazione e reinserimento sociale, ma anche come potente veicolo di crescita personale e di sviluppo dell’autonomia. Nel suo intervento Chiodo ha sottolineato come Il lavoro per noi è un patto di fiducia, dove si cammina assieme con due caratteristiche fondamentali: deve essere lavoro vero e strutturato, perché deve riflettere quanto più possibile la realtà esterna, altrimenti non educa. E poi deve anche essere sfidante, perché richiede fatica, impegno, collaborazione, cioè deve essere un lavoro di qualità, fatto bene, curato nei dettagli. In questo modo, per chi aderisce e spesso non ha mai lavorato seriamente, può diventare un’esperienza nuova, ma soprattutto generativa, che fa prendere coscienza di sé, perché è il luogo dove ognuno può dire “io”, dove ognuno può sentirsi dire “tu hai un valore”.
L’intervento non poteva evitare una nota di giudizio sul contesto carcerario attuale che continua a essere estremamente difficile, ma non si è focalizzato in sterili analisi. Ha piuttosto messo in risalto due condizioni essenziali per un cambio di direzione radicale: innanzitutto una revisione strutturale del sistema penitenziario, che tenga conto del profondo cambiamento avvenuto nella popolazione detenuta, dove una nuova governance con idonee competenze sappia mettere in campo risposte concrete all’altezza dell’emergenza che non si può più eludere; e poi per gli stakeholder coinvolti, stato, terzo settore e imprese la necessità inderogabile di collaborare tutti assieme. Pena il perdurare del fallimento.
E a proposito dell’emergenza carcere in Italia, qui val la pena segnalare che qualche giorno prima, il 19 agosto, era uscito su Avvenire l’articolo di Giorgio Paolucci, interessante non tanto perché parla della cooperativa Giotto, ma perché nel dialogo con il socio fondatore Nicola Boscoletto e il presidente Gianluca Chiodo riesce a tratteggiare una sintesi realistica su questo mondo, talvolta trascurato e molto più spesso incompreso, volutamente o no, innanzitutto per un’atavica mancanza di chiavi di lettura corrette sullo stato delle cose.
Infine, della presenza della cooperativa Giotto alla 46^ edizione del Meeting di Rimini ne hanno parlato il Mattino di Padova.e il Gazzettino
Il Mattino di Padova 24/08/2025
Primo maggio - San Giuseppe esempio e custode per i lavoratori che indica il senso cristiano del lavoro
I° maggio 2025S. Giuseppe indica ai lavoratori
il senso cristiano del lavoro
Oltre 50 persone hanno partecipato a questo gesto tanto semplice quanto sentito. Come l’anno scorso alcuni colleghi e amici della Giotto hanno proposto di fare assieme il pellegrinaggio a piedi dalla sede di Padova della nostra cooperativa a San Giuseppe al Santo il giorno del 1° Maggio, Festa dei Lavoratori, portando nel cuore le motivazioni che spinsero Papa Pio XII nel 1955 a mettere questa festa sotto il mantello protettivo di San Giuseppe lavoratore per arricchirla e valorizzarla.
Nell’omelia a cui hanno assistito i partecipanti, il padre Rettore Antonio Ramina brevemente ma efficacemente ha ricordato l’importanza di questa festa, sottolineando i tre motivi cari a Pio XII:
- S. Giuseppe esempio per i lavoratori che con il suo umile lavoro nel silenzio ha preservato i misteri grandi della salvezza
- S. Giuseepe custode dei lavoratori a cui affidare tutte le nostre preoccupazioni del lavoro
- S. Giuseppe che offre ai lavoratori il senso cristiano del lavoro, perché, guardando Dio, ha seguito le logiche dell’amore e della misericordia e ha invitato a lavorare nel segno dell’accoglienza, della pazienza e del rispetto reciproco.
Dopo la messa e una preghiera a san Giuseppe davanti alla sua Cappella un’agile colazione insieme ha preceduto il ritorno sempre a piedi in sede, dove abbiamo accolto gli amici della coop di Genova per condividere insieme il pranzo. È stato veramente un momento di festa dove hanno trovato spazio anche alcune testimonianze delle nostre rispettive esperienze lavorative.
La cooperativa sociale Giotto - Una normalità eccezionale
La cooperativa sociale GiottoUna normalità eccezionale
Presentazione del volume
di Vera Zamagni

Siamo giunti alla quarta presentazione, questa volta in quel di Chioggia. L’occasione è stata in una cornice più ampia, ovvero nel contesto del Festival Biblico, che anno dopo anno guadagna sempre più autorevolezza e si sta diffondendo a livello nazionale. Il tema non poteva non essere la speranza, visto il Giubileo in corso indetto da Papa Francesco, affrontato nella città lagunare lungo 4 percorsi di grande attualità. Uno di questi ha riguardato appunto il valore della speranza nell’inserimento sociale delle persone detenute. In questo contesto è stato presentato anche il libro che racconta l’identità e la storia della cooperativa Giotto, segnate in maniera importante dalla vicenda del carcere.
Accanto a Nicola Boscoletto, founder di cooperativa sociale Giotto che ha moderato l’incontro, sono intervenuti la curatrice del libro Vera Negri Zamagni e il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato. La serata è stata arricchita da una commovente video testimonianza di Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli, ucciso in servizio, che insieme a Irene Sisi, madre dell’autore del reato, ha intrapreso da tempo un profondo percorso di riconciliazione. Una vera prova di giustizia riparativa, dove l’incontro sincero e pieno di profonda umanità tra due donne segnate da una lacerante sofferenza ha dato vita a una vera e propria rinascita, che ha provocato le coscienze di tante persone raggiunte da questa potente testimonianza di amore e perdono.

E siamo alla terza presentazione. Da Rovigo ci spostiamo a Udine, dove gli organizzatori (Centro culturale Enzo Piccinini, Associazione Icaro, Associazione Sisifo e Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale) hanno allestito il momento di presentazione presso la Sala convegni della Fondazione Friuli per giovedì 20 marzo 2025 alle ore 18.00.
Sono intervenuti Nicola Boscoletto, founder di cooperativa sociale Giotto, e Andrea Sandra, garante dei diritti delle persone private della libertà personale per il Comune di Udine. Hanno partecipato alcune persone detenute con esperienza di lavoro in carcere.

Dopo la presentazione di Bologna, martedì 25 febbraio alle ore 18,00 presso la Sala della Gran Guardia a Rovigo si tiene la seconda presentazione del volume “La cooperativa sociale Giotto. Una normalità eccezionale”, curato da Vera Zamagni, docente di storia economica all’Università di Bologna e al SAIS Europe della John Hopkins University.
Ne hanno parlato con l’autrice Nicola Boscoletto, founder della cooperativa, e Giovanni Maria Pavarin, già presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia e Trieste.

Martedì 10 dicembre alle ore 17,30 presso la Fondazione Barberini a Bologna si è tenuta la presentazione del volume “La cooperativa sociale Giotto. Una normalità eccezionale”, curato da Vera Zamagni, docente di storia economica all’Università di Bologna e al SAIS Europe della John Hopkins University. Il libro, pubblicato da il Mulino nella collana Storia di imprese diretta dalla stessa Zamagni, è il frutto di due anni di lavoro e racconta la storia della nostra cooperativa a partire dagli inizi di metà anni Ottanta fino ai nostri giorni, mettendo in evidenza gli ideali, la mission con al centro la persona e l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, i passaggi principali di cambiamento e di sviluppo, gli strumenti utilizzati, con uno sguardo di ampio respiro che ha coinvolto anche altre realtà a livello nazionale e internazionale.
Ne hanno parlato con l’autrice Nicola Boscoletto, founder della cooperativa, Tito Menzani dell’Università di Bologna e Modena-Reggio Emilia, Francesco Bernardi, founder di Illumia. È stato il primo incontro di presentazione, a cui ne seguiranno altri in giro per l’Italia.
RECENSIONI
Giotto una coop dalla “normalità eccezionale” La copertina – il mattino di Padova 10/03/2025
La cooperativa Giotto al Circolo di Rovigo – Rovigo.News 25/02/25
Giotto, la coop del carcere ora è un modello – Corriere della sera 23/02/2025
«Lavorare in carcere? Si può, basta volerlo». Il modello Giotto – Corriere della sera 04/02/2025
Un esempio virtuoso. La cooperativa sociale Giotto – Fahrenheit, Rai Radio Tre 04/08/2025
Costruire il futuro. La cooperativa sociale Giotto – Caffè Italia 28/01/2025
Padova, un libro racconta la storia della Cooperativa Giotto tra fragilità e carcere – TGR Veneto 08/01/2025
Giotto, la “normalità eccezionale” di una cooperativa in carcere – Vita.it 23/12/2024
Carceri, quando una cooperativa sociale vuol dire riscatto e dignità – VaticanNews.va 17/12/2024


Primo maggio 2024 - S. Giuseppe lavoratore. Il segreto per santificare il lavoro
I° maggio 2024S. Giuseppe lavoratore
Il segreto per santificare
il lavoro
1° maggio. Un giorno che racchiude in sé diversi significati, anche se ha finito per prevalere, dal 1889 in poi, quello della Festa dei Lavoratori, nata in seno al Congresso di Parigi che inaugurò la Seconda Internazionale. Si volevano allora ricordare i sanguinosi fatti di tre anni prima a Chicago, quando i sindacati proclamarono lo sciopero per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. Non bisogna però dimenticare che il 1° maggio 1955 Pio XII istituì la Festa di San Giuseppe lavoratore, per dare al mondo del lavoro il suo patrono, il suo protettore davanti alle nuove problematiche e alle nuove sfide che la società del dopo guerra stava affrontando con il boom economico.
Per questo con alcuni colleghi e amici della Giotto abbiamo pensato ad una iniziativa da fare assieme il 1° Maggio Festa dei Lavoratori, portando nel cuore le motivazioni che portarono Papa Pio XII nel 1955 ad arricchire e valorizzare questa giornata di festa.
Un gesto semplice che ha visto la partecipazione di una cinquantina di persone: un pellegrinaggio a piedi dalla sede della Giotto con meta finale la Basilica di Sant’Antonio, dove partecipare alla Messa, a cui sono seguite una preghiera a san Giuseppe davanti alla sua Cappella e un’agile colazione insieme in uno dei chiostri della Basilica. Al ritorno in sede, sempre a piedi, un gruppetto ha completato la giornata di condivisione con un allegro pranzo al sacco.












































































































