1° maggio conSan Giuseppe lavoratore
Ci sono gesti che non si ripetono semplicemente, ma crescono insieme a noi. Anche quest’anno, in occasione del 1° Maggio, la comunità della Cooperativa Giotto si è messa in cammino. Quello che era nato come un’iniziativa semplice si è ormai consolidato come un appuntamento atteso e partecipato, capace di unire colleghi, amici secondo un spirito condiviso di festa e riflessione.
Memori che il Primo Maggio nasce nel 1889 per rivendicare i diritti fondamentali della dignità lavorativa, per noi questo giorno custodisce un’accezione ancora più profonda. Portiamo infatti nel cuore la motivazione che nel 1955 spinse Papa Pio XII a istituire la memoria di San Giuseppe Lavoratore: l’idea di dare a chi lavora un punto di riferimento capace di illuminare le sfide della società moderna secondo tre flessioni: esempio di silenzio e dedizione, custode delle nostre fatiche, ispiratore del senso cristiano dell’opera.

Il pellegrinaggio è iniziato a piedi direttamente dalla nostra sede di Padova. Un cammino condiviso passo dopo passo, che ha condotto il gruppo fino alla Basilica di Sant’Antonio. Qui, nel cuore del Santo, la partecipazione alla Santa Messa e la successiva preghiera comunitaria recitata all’interno della Cappella di San Giuseppe assieme al Rettore della Basilica del Santo, padre Antonio Ramina, hanno dato voce e respiro alle intenzioni di ciascuno.
Qui di seguito la bella omelia che ci ha rivolto padre Ramina:
“Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo”. (Mt 13).
Il Signore Gesù non viene riconosciuto come Figlio di Dio, come Messia. Non viene riconosciuto perché era uno di loro. D fronte ai suoi ascoltatori Gesù sente queste obiezioni: “Non è costui uno dei nostri? Conosciamo tutto di lui! È il figlio del falegname, conosciamo la sua famiglia; come fa a essere proprio costui il Figlio di Dio?”.
Come fa – dice il testo del Vangelo – a trasmettere tanta sapienza? Come fa a compiere tanti prodigi? È forse il problema di sempre, quando si tratta di riconoscere il Signore.
Se noi pensiamo a Dio lo vorremmo speciale, straordinario, spettacolare, in grado di risolvere i nostri problemi; ma la rivelazione cristiana, il Vangelo di oggi, ci invitano invece a riconoscere il volto di Dio, la presenza di Dio lì dove è la nostra vita quotidiana, concreta. Davvero il Signore si nasconde ed è presente nelle pieghe umili della nostra realtà quotidiana. Il Signore Dio si fa presente nelle piccole cose. Forse, se questa cosa la capissimo davvero in profondità, davvero saremmo in grado di accogliere la bellezza della nostra vita nelle piccole cose di ogni giorno. Dio è lì che si nasconde.
Oggi festeggiamo San Giuseppe lavoratore e questo ci permette di pregare per tutti i lavoratori e di fare anche una semplice riflessione sul significato del nostro lavoro.
Direi innanzitutto questo: nel lavoro semplice, nel lavoro quotidiano, che a noi tante volte sembra noioso, grigio, ripetitivo, non riconosciuto, non applaudito, inutile… bene, proprio in quel lavoro lì, quotidiano, concreto, umile, si nasconde la presenza del Signore. Noi attraverso il nostro lavoro semplice, quotidiano, umile, tante volte grigio e nascosto diamo prosecuzione niente meno che al progetto della creazione di Dio. Sì, proprio così, attraverso le cose semplici, quotidiane e oneste che noi facciamo nel nostro lavoro, proseguiamo l’attività creativa di Dio e incontriamo il Signore nella semplicità.
Guai a noi se ci venisse la tentazione di svalutare il nostro lavoro per andare in cerca di altro, di altro e di altro che non arriverà mai. Saremmo un po’ come quelli che davanti al Signore Gesù non lo riconoscono, perché vanno in cerca di altro… Ma altro non c’è!
Chiediamo oggi al Signore questa grazia, di saper valorizzare il nostro lavoro, così com’è, di saperlo vivere come opportunità per continuare il progetto della creazione di Dio.
Un’altra cosa possiamo dire. Abbiamo visto che il Signore Gesù, proprio perché troppo quotidiano, troppo semplice, troppo vicino, troppo familiare dà scandalo, incontra ostilità. Potremmo domandarci: ma noi, nel nostro lavoro, qualche volta incontriamo ostilità, incontriamo avversità, incontriamo critiche? Oh, chissà quante volte! Bene, facciamoci coraggio. Se il Signore Gesù ha incontrato ostilità, figuriamoci noi! Non perdiamoci di coraggio, mentre facciamo il nostro lavoro. Anche noi incontriamo incomprensioni, ma non lasciamo cadere tutto; fanno parte della nostra vita. Ricominciamo il nostro cammino, sentiamo la presenza del Signore Gesù vicina a noi nel nostro lavoro.
Da ultimo vorrei dire così: qual è il grande obiettivo di questa sapienza di Gesù di cui ci parla il Vangelo? Perché Gesù fa tanti prodigi? Perché rivela, desidera rivelarci il volto di un Dio che è sempre sbilanciato a favore nostro; il volto di un Signore che è così preso dalla cura nei nostri confronti, che vuole darci vita in ogni modo, in ogni maniera.
Il nostro lavoro, se dovesse rispecchiare il volto di Dio, dovrebbe custodire proprio questo obiettivo: essere un lavoro che dà vita ad altri, che fa qualche cosa per il bene degli altri, che rende più bella la vita degli altri. A volte il nostro lavoro ci sembra inutile, dicevamo prima; ma anche nelle piccole cose in realtà potremmo avere a cuore proprio questo: custodire come obiettivo quello di rendere più bella la vita degli altri. Certo, anche guadagnarsi da vivere! Ma un conto è guadagnarsi da vivere in maniera pesante, lamentosa; un conto è guadagnarsi da vivere sapendo che così rendiamo più bella la vita degli altri. Certamente come sempre Gesù ha fatto lungo i passi della sua vita: rendere più bella la vita degli altri.
Dopo lo spirito, è stato il momento di nutrire la convivialità: una colazione leggera all’ombra dei chiostri della Basilica ha concluso il gesto in un clima di gioia e allegria.


