Concerto “Note di libertà e speranza”

ORAZIONE

Liberamente tratto da “Memoria del legno “di Paolo Rumiz

a cura di Ciro Menale

Queste furono le prime note che un compositore chiamò
“Canto del legno”.
per dare voce alla mia nuova vita di violino.
Ma il mio primo nome è Azobè
legno dell’Africa nera.
E questa è la mia storia.

Ero un albero
Avevo già 250 anni
quando un giorno udii voci di uomini…. parlavano un’altra lingua
poi udii il sibilo di una motosega
che mi strappò alla terra dove ero nato.
Eh dovettero sudare per avermi
Il legno resisteva tra le bestemmie, il sole e le zanzare.
Quando mi schiantai come un tuono
gli anelli del tronco mostrarono i miei anni.
E fui portato lontano.

Attraversai il deserto.
Un viaggio interminabile
fino a una terra nuda
che non donava il conforto dell’ombra.
E lì mi distesero per mesi
mentre altri miei fratelli partivano verso terre scure per conoscere la neve
e diventare portoni e traversine.
Nella terra senza ombra udivo solo la risacca del mare.
Poi accadde che una mattina…un pescatore mi svegliò
disse: “Azobè diventa barca”
Mi chiamò per nome e io lo lasciai fare,
mi avvolse di fasciame resinato poi mi piallò amorevolmente
mi dipinse di rosso, di bianco e di blu,
piantò un albero, issò una velami unse di catrame e, rispettando la mia anima, mi battezzò.
Divenni barca, sette metri e mezzo
quanto basta ai pescatori che traggono pane dall’acqua
La nobile barca degli umili
uguale dal Marocco alla Dalmazia.
Non ero fatto per l’alto mare.
Ma di fianco a me scorrevano isole profumate di uliveti.
Cantava il capitano al timone… aveva volto bruno di corteccia.
Sentivo il pullulare dei pesci spinti in trappola dalla rete
Pescai… pescai finché morì il mio capitano.
Rimasi solo.
Molti anni passarono.

Un giorno vennero uomini neri
Mi palparono. Mi scossero per capire se ce l’avrei ancora fatta.
Non erano mani di falegname.
Erano mercanti di uomini, dissero: “Tu, vecchia barca, morirai dall’altra parte del mare il tuo sarà un viaggio di sola andata.
Ora sei la barca degli Harraga: i migranti illegali.”
Uomini e donne si ammassarono intorno a me e chiesero di salire
Voci di maschi dicevano:
“Bruceremo povertà e miseria, E se dobbiamo morire, che sia.
Meglio una volta sola, che ogni giorno.”
Voci di vecchie madri risposero:
“Attenti all’altra riva,
con fasci di spine vi aspettano angeli dannati”.
“Parti, parti senza voltarti indietro, figlio mio” dicevano i padri

Mi riempirono di umani.
Cinquanta persone in sette metri e mezzo
donne e i bambini tombati sottobordo, una bara in caso di naufragio.
Un motore impaziente mi trascinava verso acque dove non avevo mai osato.
E così presero il largo gli Harraga senza voltarsi indietro.

Ma appena il mare morse il legno della barca
i demoni del dubbio si svegliarono nella testa degli Harraga.
E si levò una triste litania
mormorio di preghiere, ninne nanne.
Lamento e lode in ogni parola, ogni parola era salmo e sortilegio.
Voci di paura, di morte e di speranza.

Un vento di Libeccio si levò e fece rinforzare il mare grosso.
Fu allora che dal fondo dell’abisso si sentì un rimbombo cupo:
il coro dei naufragati  
“Noi siamo i trentamila senza nome non abbiamo né volto né storia
con le carni di donna e di bambino nutriamo i mostri degli abissi.
E non c’è niente, niente
che possa restituirci alla luce.”

La notte calò sul grande mare.
Sentii la voce di un faro
che diceva: “Che venite a fare, tornate indietro oppure naufragate!
Non sono qui per dirvi dove andare questo non è più il mare dell’incontro “
 

E proprio allora i mercanti di vite, ci abbandonarono.
Tutta la barca vibrò di paura, tremò di bestemmie, concitazione, preghiere,
ci fu trambusto, urla, pianti, sfinimento.
Si alzarono invocazioni ai padri e alle madri,
ma i padri e le madri non risposero.
Solo piscio vomito e spavento.
Una donna gridò: “Dio, prenditi cura di mio figlio, ha solo quattro anni”.
Ma io ero Azobé, figlio dell’Africa nera
e fui più svelto di Dio a intervenire.
Sentii rullio crescente di tamburi…. era la risacca che chiamava,
la costa ci veniva addosso
ma io affrontai la linea della morte, fui sollevato. rimasi sospeso sopra la voragine,
poi mi spiaggiai sulla Terra Promessa.

Il vento ebbe fine, e fu la quiete in mare e in cielo, ma nessuno saltò fuori dalla barca
e non ci fu gioia, solo silenzio, interrotto dal pianto di bambini.
Puzzavo di sentina e cherosene. Vomitai stracci, ciabatte, zaini e un’automobilina rossa,
poi fui marchiato a fuoco con un numero, ero un corpo di reato.

Dopo infiniti giorni…mi aspettavo di essere bruciato e invece no, fui portato lontano.
Lontano su camion a lunga percorrenza, poi sbarre e un’eco di ferri e chiavistelli
e grida rauche in fondo a corridoi.

Pensai fosse vicina la mia fine. e invece
mi toccarono altre mani,
che con cura scomposero il mio corpo:
timone, costole, poppa, fasciame.
E quando ho sentito tendersi le corde,
la chiglia diventare cassa armonica
e la prua un bel manico ricurvo,
ho ritrovato il brivido del vento di quand’ero barca di pescato.
Ed oggi eccomi qua, nella mia terza vita sono diventato violino, chitarra violoncello e liuto
per suonare la Sinfonia del mare.
 E suono, suono con voce dei mille più mille
rimasti sui fondali senza nome, suono per i respinti
e per quelli buttati sulla strada,
ma chiedo anche perdono
per i ricattatori e gli aguzzini
e per gli indifferenti
che hanno dimenticato
i padri con la valigia di cartone.

La vecchia barca di legno Azobè
si carica anche Giuda sulle spalle.
Il mio legno sonoro oggi non si limiti
a distillarvi una “furtiva lacrima”
ma rompa finalmente i catenacci
che tengono in prigione il nostro cuore.
E cosi sia!

 

 

Ludwig van Beethoven

Il quartetto per archi in la minore op. 132

 UN DIALOGO CON CHI Cl HA FATTO IL CUORE

Luigi Giussani

«È bello dar lode al Signore», è bello riconoscerlo! Ascoltiamo, anche solo per un minuto, Beethoven e diciamo, dentro di noi: che bello! La bellezza del riconoscere il Signore è di questa natura, ma più profonda, come il fittone che approfondisce l’apparenza appena accennata dell’albero che sta nascendo; molto più profonda e senza paragone più stabile: una forma totale di fronte alle forme parziali ed effimere.

Questo Quartetto per archi sviluppa un colloquio silenzioso, intenso, denso, accorato e drammatico, ma sempre familiare e confidente col Creatore. Così, nella coscienza che la nostra persona in questo momento sgorga dall’Essere, questa musica diventa la nostra voce nel dialogo personale e intimo con Lui, ed è insieme la percezione della Sua risposta. La nostra storia non è qualcosa che accade da sé, non è un caso; è un dialogo tra Chi ci ha fatto il cuore – e, in ogni istante, ci chiama alla verità, all’amore, alla bellezza, alla felicità – e la disponibilità del nostro cuore.

«Nel nostro nulla solo in Te speriamo. In Te la vita è nella sua pienezza», dice un Inno del tempo di Quaresima. Questa musica è un segno, un segno pieno di nostalgia e di attesa dell’espressione completa di questa saggezza, di questa bontà, di questa misericordia, che intesse la trama del nostro corpo fin dal seno materno e intesse la natura di tutte le cose fin dal seno originale del cosmo e della storia.

La Cooperativa Giotto nel 2026 compie 40 anni! Concerto “Note di libertà e speranza”

Dopo il significativo appuntamento del 26 febbraio all’Aula Magna dell’Università di Padova con il convegno “40 anni di gratitudine“, dove il ruolo del Terzo Settore è stato approfondito con grande competenza da importanti relatori, il prossimo 8 aprile nella Sala Giotto della Fiera di Padova la Cooperativa Sociale Giotto celebrerà i suoi quarant’anni con il secondo appuntamento, una serata che metterà al centro musica, lavoro e dignità umana, dal titolo “Note di libertà e speranza”.

Protagonista sarà l’Orchestra del Mare, nata dal progetto “Metamorfosi” della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, in cui il legno dei barconi dei migranti naufragati nel Mediterraneo viene trasformato, dalle mani di persone detenute, in strumenti musicali e oggetti sacri: il dolore diventa così materia di bellezza e rinascita. Quegli strumenti, costruiti nei laboratori dei penitenziari di Opera, Secondigliano e Monza sotto la guida di maestri liutai, arrivano a Padova per intrecciare le storie del mare, dei migranti e del carcere con quelle di un territorio che da quarant’anni scommette sull’inclusione attraverso il lavoro, trasformando la fragilità e il disagio in bellezza e opportunità di reinserimento.

La serata si aprirà con l’Orazione di Ciro Menale, liberamente tratto da “Memoria del legno” di Paolo Rumiz, recitata da Marco Paolini con l’accompagnamento musicale de La Piccola Orchestra dei Popoli. La serata sarà condotta da Maria Concetta Mattei, che subito presenterà il video “Progetto Metamorfosi“, accompagnato dalla Suite orchestrale di Bach. A seguire, introdotto da un brano di Luigi Giussani, recitato sempre da Marco Paolini, il concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto (OPV), primo violino Antonio Aiello, che suonerà gli strumenti dell’Orchestra del Mare. Programma: Vivaldi (Concerto Inverno RV 297), Bach (Concerti BWV 1041-1042), Beethoven (Quartetto Op. 132), Morricone (“Gabriel’s Oboe” da Mission).

La collaborazione tra Giotto, Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e OPV testimonia la possibilità di vita e di comunità “più umane”, in cui l’arte diventa luogo di incontro tra detenuti, migranti, istituzioni e cittadini.

 

Festa in musica per i 40 anni della cooperativa sociale Giotto, Il Gazzettino 31 marzo 2026 »

Concerto Note di Libertà e Speranza – TG Telenuovo 31 marzo 2026

Concerto Note di Libertà e Speranza – 7Gold 2 aprile 2026


La Cooperativa Sociale Giotto compie 40 anni

La Cooperativa sociale Giotto

compie 40 anni!

Il Sociale sale in Cattedra

            E’ stata una festa, il riconoscimento al lavoro pionieristico fatto dalla Cooperativa Sociale Giotto, diventato un modello riconosciuto in tutta Italia, ma anche quasi un piccolo “master” intensivo sui cambiamenti che il sistema della cooperazione sociale sta affrontando e dovrà necessariamente affrontare assieme alle istituzioni e alle imprese per stare al passo con la nuova legislazione in materia che piano piano e con molto ritardo, sta iniziando a dare un indirizzo più adeguato alla programmazione e alla progettazione delle politiche sociali italiane.

            Nell’Aula Magna dell’Università di Padova il quarantesimo compleanno della Cooperativa Sociale Giotto, modello di riferimento italiano ed internazionale nella progettazione di percorsi lavorativi e sociali per persone svantaggiate – detenuti e disabili in particolare – ha fatto salire in cattedra studiosi della cooperazione sociale e del sistema carcerario, economisti, esperti del diritto di famiglia e anche di prevenzione delle infiltrazioni criminali nel tessuto sociale.

            La prestigiosissima Aula Magna dell’Università di Padova – non a caso la prima cosa che si ammira entrando è quella che fu la cattedra niente di meno di Galileo Galilei – è stato il luogo che più di ogni altro poteva dar voce ad approfondimenti e testimonianze autorevoli dall’Italia e dal Mondo, e di questo l’università stessa se ne è immediatamente resa conto. Un avvenimento così importante che ha permesso di tracciare un quadro per il futuro della cooperazione sociale nel nostro paese.

             La sinergia con enti diversi è stata uno dei cardini del lavoro della Giotto Cooperativa Sociale, che ha trovato sempre ispirazione per nuovi percorsi lavorativi di inclusione nella collaborazione con le istituzioni padovane: Comuni, Provincia, Regione, il sistema sociosanitario e Camera di Commercio, Fondazioni bancarie, la rete del Terzo Settore locale e nazionale oltre alle imprese che hanno portato le loro produzioni all’interno del carcere.

            Francesca Vianello, Delegata al Progetto Università Carcere dell’ateneo padovano, ha dato il via al convegno ricordando come la storia del Polo dell’Università di Padova in carcere s’intreccia con quella della Cooperativa Giotto. Tutte e due le esperienze testimoniano l’importanza di connettere il carcere con la città e il territorio, cercando di coniugare missione sociale, inclusione e, nel caso della Cooperativa Giotto, sostenibilità economica.

            Nella prolusione iniziale la professoressa Vera Negri Zamagni, una delle maggiori esperte di economia cooperativa, ha analizzato il “caso Giotto” nel libro Una normalità eccezionale, presentando in estrema sintesi i risultati di uno studio di due anni sulla cooperativa. In particolare ha voluto sottolineare i due segreti che hanno caratterizzato la storia della Giotto: il primo, la forte motivazione ideale, nata dalle radici cattoliche dei fondatori, un gruppo di amici della facoltà di agraria laureati alla fine degli anni 80, ispirati dalla straordinaria forza umana e comunicativa di Don Luigi Giussani, da cui è scaturita la volontà di operare nel sociale con le regole del mercato puntando sulla professionalità e la qualità dei servizi offerti; il secondo, la Giotto è una fucina di relazioni e sinergie, a tutti livelli, in primis con i propri collaboratori, a partire dagli svantaggiati, con le istituzioni, le imprese e le altre realtà del terzo settore, una inclusività praticata e non solo dichiarata. Questi due fattori hanno dato vita a un metodo di lavoro che la Zamagni ha voluto sintetizzare con la citazione “Fare, saper fare, saper far fare e far sapere”, mantra familiare della famiglia Gaja, noto produttore di vini: quando conoscenza e azione si coniugano e si fertilizzano a vicenda ottengono risultati eccellenti.

            Del resto, il Presidente della Camera di Commercio di Padova Antonio Santocono, a cui è stato affidato il saluto iniziale a nome di tutte le autorità di istituzioni e realtà profit e no profit presenti, aveva spiegato che a Padova la cooperazione sociale continua a vivere una stagione di vivace floridità. Padova non a caso è stata Capitale del Volontariato. Siamo una delle provincie italiane con il maggior numero di cooperative. Questo gruppo di imprenditori del sociale – ha detto Santocono – non sono un traguardo ma una tappa di un lungo cammino iniziato nella nostra provincia, che ha saputo dimostrare come attraverso l’inclusione sociale si può fare impresa. E questo modello ora tutti lo riconoscono e lo copiano soprattutto nel nostro paese”.

            D’altra parte, prima della prolusione della professoressa Zamagni, il presidente della Cooperativa Giotto Gianluca Chiodo, dopo aver illustrato con alcune slide la situazione attuale della Giotto (tra cui oltre 600 persone coinvolte al lavoro, di queste oltre 150 svantaggiate) e ricordato il numero dei percorsi di inserimento (oltre 1100 per le persone disabili e oltre 1500 per quelle detenute), aveva spiegato che “la nostra unica ambizione è di lavorare bene, di lavorare assieme alle istituzioni e con le realtà del terzo settore, con tutti quelli che si occupano di fragilità. Ci occupiamo di disabilità e detenzione e oggi celebriamo una festa che dura da 40 anni. Contiamo di continuare su questa strada, però ci serve la collaborazione di tutti. L’unico modello che ci sentiamo di proporre è quello della collaborazione, della condivisione degli obiettivi e dello scopo per cui facciamo le cose. Il mondo è molto cambiato, noi incontriamo fragilità che un tempo non c’erano. Anche tra disabili e detenuti le persone sono sempre più fragili, sempre più sole e fanno sempre più fatica, anche a dare un senso alla propria esistenza. Attraverso il lavoro offriamo una possibilità per tutti. Con un’attenzione particolare per quelli in difficoltà, sia per chi ha un certificato sia per chi non ce l’ha. Ricordiamo questi 40 anni di storia con tanti ospiti. Tutte queste testimonianze sono rapporti che sono nati nel tempo, a volte anche per “caso”, che però via via abbiamo curato e fatto crescere, perché sono persone che abbiamo incontrato con cui abbiamo collaborato e che ci vogliono bene. Difficoltà ne abbiamo sempre incontrate e di sicuro ne incontreremo ancora, ma credo che con l’aiuto di tutti avremo un futuro, ancora tutto da scoprire, ma bellissimo. L’attività nel carcere di Padova è stata conosciuta in altre parti del mondo, attraverso i rapporti che sono nati nel tempo”.

E proprio le relazioni nazionali e internazionali sono state messe a tema nella prima tavola rotonda, coordinata proprio da chi ha curato l’ottavo capitolo del libro della Zamagni, il professore e direttore della Fondazione Unismart Fabio Poles. La prima esperienza internazionale l’ha raccontata il magistrato brasiliano Luiz Carlos Rezende che ha voluto tributare alla Cooperativa Giotto un sentito ringraziamento. Infatti, grazie al rapporto con Giotto, un gruppo di magistrati brasiliani è arrivato a proporre alle istituzioni e al governo del loro Paese, il modello di lavoro della cooperativa che è stato integrato con quello delle APAC che gestisce in Brasile il reinserimento sociale dei detenuti con un metodo rieducativo tanto originale quanto efficace nel rispetta la persona. I risultati in termini di recupero sociale delle persone detenute sono lusinghieri, tanto che Rezende ha spiegato come questo modello sia stato presentato, anche con il supporto di IILA (Istituto Italoamericano) in diversi paesi del Sud America, tra cui in Colombia nella fase di riconciliazione dopo la guerra civile, ma anche a Bruselles al Parlamento Europeo.

            Interessante anche l’esperienza nata negli Stati Uniti, nella prigione di Chicago dalla determinazione del ristoratore Italo Americano Bruno Abate che ha rappresentato una rivoluzione nel contesto del sistema di detenzione americano. “Nel 2010 – ha spiegato Abate – la mia vita è cambiata. Per una serie di circostanze, mi sono ritrovato in un carcere minorile ad insegnare a cucinare ai ragazzi. Ho creato una non profit che si chiama Recipe for Change, “una ricetta per cambiare”, e ho creato nel carcere delle cucine. Stanno facendo un documentario in America su questa storia e sull’incontro con la Giotto, che è successo per “caso”. Giotto è stata per me una ispirazione e un motivo per crescere su questa strada, che anche negli Stati Uniti non è per niente agevole. Devo dire che in Italia si sta un po’ meglio, nonostante il sovraffollamento nelle carceri. Qui ci sono agevolazioni e poi se lavori puoi avere uno stipendio. Da noi non si può”.

            “La forza del sistema Padova – ha spiegato nel suo intervento Ornella Favero, Presidente della Consulta Nazionale Volontariato e Giustizia – è che tutte le associazioni si sono unite insieme perché abbiamo capito che da soli non possiamo contare molto e che dobbiamo comunicare il più possibile ciò che di bene viene atto. Perché queste azioni sono contagiose, creano imitazione in positivo. Essere insieme di fronte alle difficoltà di questo percorso ancora oggi molto difficile è la nostra forza”. E poi ha continuato spiegando l’importanza delle attività del terzo settore in carcere perché tendono a costruire una cultura costruttiva, una nuova consapevolezza, per esempio il nostro progetto con le scuole crea una possibilità importante perché le esperienze negative e i comportamenti devianti che hanno portato in carcere le persone detenute, attraverso la comunicazione e il confronto che loro imparano a sostenere, diventano azioni educative utili alla prevenzione per gli studenti.

            Collegato dalla Associazione portoghese Vale de Acór a Lisbona, che ancora porta i pesanti segni delle devastazioni legate alle alluvioni di queste settimane in Portogallo, Padre Pedro Quintela ha testimoniato la comune opera nella creazione di percorsi di sostenibilità sociale per soggetti con disabilità, con problemi di tossicodipendenza e altre fragilità: sono centinaia le persone incontrate e sostenute nelle loro tre sedi. Il vincolo di fraternità, nata dalla comune identità cristiana e consolidatosi in questi anni, che lega l’associazione portoghese agli amici della Giotto è così forte che loro stessi hanno voluto chiamare la gelateria che hanno avviato con la collaborazione della cooperativa “I Fratellini”.

            All’inizio della seconda tavola rotonda ha preso la parola l’ex ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri che ha raccontato del suo impatto difficile con la situazione delle carceri di quell’epoca, più di dieci anni fa, quando l’Europa mise ripetutamente lo Stato italiano sotto infrazione per il mancato rispetto dei diritti umani. “Ma la scintilla, l’esperienza bella che ho vissuto – ha sostenuto la Cancellieri – è stata proprio la Giotto, perché lo Stato non deve vendicarsi sulla persona detenuta, ma deve aiutarla a ritrovare sé stessa. A volte è facile riuscirci, a volte non ci si riesce proprio, ma bisogna provarci, bisogna dare una seconda opportunità e questo spesso passa proprio attraverso il lavoro. In questo senso Padova è speciale, grazie alla Giotto, perché oltre alla grande passione che non deve mancare c’è una grande professionalità, per cui dal carcere esce gente con un mestiere che può spendere e che dà la possibilità di vivere”.

            Una riflessione importante –  affidata alla professoressa Paola Milani docente di Pedagogia sociale nell’Università di Padova, dove dirige anche il Laboratorio di ricerca e intervento in educazione familiare – riguarda proprio il cambiamento introdotto recentemente nella legislazione sociale con  l’istituzione degli ATS e l’introduzione del LEPS, i livelli essenziali di prestazioni sociali, che ad iniziare dalle politiche per le persone con fragilità, cambieranno l’approccio delle politiche sociali mettendo al centro la persona. Durante il suo intervento ha sottolineato come l’opera della cooperativa Giotto tende a dare concreta realizzazione a quanto indicato all’articolo 3 della Costituzione dove afferma la dignità della persona e che allo Stato è affidato il compito per rimuovere gli eventuali ostacoli alla sua affermazione. La persona non è mai considerata un problema ma piuttosto il contesto sociale circostante in grado o meno di rispondere ad essi, perché dall’eventuale condizione di vulnerabilità della persona in realtà può nascere la possibilità dell’incontro, nasce la possibilità di ciò che davvero genera l’umano.

      L’intreccio tra legalità e illegalità, economie e mafie è stato affrontato nella tavola Rotonda dal professor Antonio Parbonetti, prorettore vicario dell’Università di Padova, che ha sostenuto che il vero argine sociale contro le infiltrazioni della criminalità organizzata, che sono sempre più pervasive in diversi settori economici, è rappresentato dalla buona economia che può nascere dall’alleanza tra imprese e realtà del terzo settore in collaborazione con le istituzioni e che ha nelle sue conseguenze positive anche quella di creare un forte tessuto sociale, cosa che le molteplici operazioni di contrasto delle forze dell’ordine non sono riuscite a fare e perciò sono risultate poco efficaci.

            Toccante e commovente la video testimonianza di Gemma Calabresi vedova del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972, con cui ha avuto 3 figli. Lei che nel perdono ha ritrovato la forza rigenerativa e il senso della sua vita ha raccontato questo percorso di conversione e di rinascita, che ha descritto nel libro “La crepa e la luce”. In particolare, ha voluto testimoniare quanto abbia influito in questo percorso aver assistito nel carcere di Padova, invitata proprio dalla Cooperativa Giotto, nel 2011 al battesimo di una persona albanese, che aveva intrapreso un cammino di cambiamento personale approdato anche ad una conversione spirituale. “Per me da quella crepa rappresentata dal dolore e dalla rabbia che pure ho provato – è filtrata progressivamente una luce che è diventata comprensione e perdono e che ha rappresentato per me la libertà dal buio in cui ero piombata dopo l’omicidio. Il perdono non cambia il passato ma cambia il futuro. A Padova ho scoperto che anche per chi ha ucciso è possibile fare il percorso di conversione che ho fatto io, perché Dio non va solo dalle vittime, dai “buoni” ma da chi soffre e poi sta a noi rispondere con i tempi e i modi di ognuno, perché ci lascia liberi. Ed oggi sento la necessità di testimoniare questa luce che può rappresentare per molte vittime come me il punto di svolta per tornare ad aver fiducia nella vita e nel prossimo”.

    All’economista Stefani Zamagni, sono state affidate le conclusioni dell’evento per individuare gli strumenti più efficaci per rendere il welfare sostenibile e funzionale a una società in profondo cambiamento e sempre più fragile. “Tre anni fa – ha spiegato il professor Zamagni – l’Unione Europea ha finalmente dopo anni di tentativi spesi su questo fronte ha ammesso che l’economia sociale è una componente essenziale dei sistemi economici europei. È stata una lunga battaglia perché fino a pochi anni fa il terzo settore era considerato residuale ed è stato un errore che ha ritardato il processo di sviluppo dei paesi ed anche del nostro, perché non bisogna mai dimenticare che gli enti del terzo settore sono nati in Italia nel 1200, in Toscana e Umbria, quando nascono le confraternite, pensiamo alle Misericordie, quando cioè si organizza l’azione volontaria nei confronti delle persone che versavano in stato di bisogno. Ora il governo ha promesso che entro l’anno dovrà essere varata la legge nazionale he dovrò dare attuazione alle linee guida dell’atto europeo votato tre anni fa. Ed è un piano di azione interessante che ha visto la partecipazione di tanti soggetti che hanno fornito suggerimenti e miglioramenti. Per questo ho motivo di credere che nel prossimo futuro, nei prossimi mesi, il terzo settore aumenterà il proprio impatto non solo sull’economia, ma soprattutto sul fronte della democrazia e della coesione sociale. Ecco perché oggi parlare di queste cose vuol dire fare un balzo in avanti rispetto al passato quando si pensava che spettasse allo Stato ogni azione in questi ambiti. Oggi sappiamo che non è così. Lo Stato ha un ruolo che resta fondamentale ma non totalizzante. Se non ci abituiamo a tradurre in pratica il principio di Sussidiarietà, che significa appunto integrare nelle decisioni anche la società ed il terzo settore, in un paese con il nostro, non potrà esserci un futuro roseo. Quello che la sussidiarietà circolare ci insegna è che ci deve essere un coinvolgimento tripolare tra Stato, mercato e comunità rappresentata dagli enti del terzo settore. La quale comunità deve potersi organizzare senza impedimenti e burocrazia, per esprimere il proprio potenziale. Servono quindi normative nuove sotto il profilo fiscale e finanziario perché ancor oggi gli enti di terzo settore o dell’economia sociale hanno difficoltà a reperire le risorse finanziarie e ad accedere ai finanziamenti e questa è una discriminazione intollerabile”.

            A conclusione del Convegno il ringraziamento del presidente Gianluca Chiodo, che rappresenta il senso più autentico di questi 40 anni: “In tutti questi anni sono successe veramente tante cose, la maggior parte bellissime, altre molto difficili e dolorose da attraversare. Abbiamo imparato tanto: ad esempio, che non si può improvvisare: servono strumenti, competenze, organizzazione. Abbiamo imparato che la realtà non si forza, ma si ascolta, che le opere come la nostra chiedono coraggio, non azzardo. Abbiamo incontrato persone diversissime da noi che sono diventate amici, compagni di strada senza i quali non sapremmo più immaginarci. Soprattutto, da soli non è possibile stare davanti all’umanità ferita che incontriamo tutti i giorni e da cui siamo costantemente sfidati. Terminiamo comunicandovi il sentimento di stupore che proviamo ogni qualvolta, andando al lavoro o tornando a casa, guardiamo le nostre sedi, gli spazi, i muri, i terreni, ma soprattutto le persone e la nostra storia. A nessuno di noi, a distanza di 40 anni, viene da dire ‘questo l’ho fatto io’. Abbiamo veramente uno strano stupore, un’infantile meraviglia di una cosa che ancora non ci sembra possa essere vera, la percezione via via crescente di aver ricevuto un grande dono e di esserne dei semplici custodi”.

             I festeggiamenti per il quarantesimo compleanno della Cooperativa Sociale Giotto continueranno nei prossimi mesi.

            Il prossimo 8 Aprile alle 21.00 nella Sala Giotto della Fiera di Padova il concerto “Note di libertà e speranza”. Un evento unico che unisce musica, arte e inclusione sociale, con il l’Orchestra di Padova e del Veneto in collaborazione con l’Orchestra del Mare della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, con gli strumenti musicali realizzati da maestri liutai, con la partecipazione delle persone detenute, nelle carceri di Milano-Opera e Napoli-Secondigliano, utilizzando materiali recuperati dai barconi dei migranti che approdano in Sicilia. Un concerto che è esso stesso messaggio di trasformazione e rinascita.

            Una storia quindi che da Padova ha varcato non solo confini fisici, ma, spesso ed anche molto più difficilmente e profondamente, i confini dell’animo umano delle persone che nel lavoro e nell’incontro con la Cooperativa Giotto hanno trovato un punto di svolta della loro vita. Questi 40 anni non sono solo storia della Cooperativa Sociale Giotto: sono la dimostrazione che un’economia più umana è possibile, che il lavoro può davvero essere strumento di dignità per tutti, e che insieme si costruisce un futuro migliore.

Il video completo del Convegno

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CREDITS: Studio 7AM